Marina Calamai mette in scena sculture-installazioni in equilibrio tra ironia e fascino surreale, utopia e gioco. Sempre di delizie si tratta, di dolcezze che soddisfano la nostra intima necessità di appagamento, gusto e desiderio. Tutte le sue opere catturano infatti il nostro sguardo, diventano tali trappole per gli occhi che per la loro natura arrivano a risvegliare il nostro lato inconscio e infantile, quel lato che subisce l’immediato incanto verso il gusto e il colore. Ma davanti a questi lavori - realizzati con materiali decisamente insoliti come lamiere, resine, stoffe… - il coinvolgimento diventa più intenso. Queste opere, infatti, mantengono sì la loro concretezza oggettuale ma evocano anche realtà visionarie e fiabesche. Slegate dal mondo pratico, ne sovvertono le regole e la logica razionale sottesa. Marina Calamai guarda all’orizzonte del reale per distaccarsene e, modificando la classica funzione d’uso degli oggetti, effettua un’operazione di ri-creazione immaginaria dello spazio. Nei suoi muffin al cioccolato giganti si può entrare e sedersi, cosi come si può girare intorno e intrufolarsi all’interno di un enorme e superlativo dolce rinascimentale tutto ricotta, ciliegie e rose rosse. Nel connubio tra apparente realismo ed evidente finzione si cela la forza di questi still life strabordanti di ricordi comuni, colpevoli di produrre nello spettatore una specie di cortocircuito tra ciò che si vede, ciò che si intuisce e ciò che si vorrebbe vedere; questi still life, infatti, sono simboli perfetti della strana realtà finzionalizzata in cui oggi noi tutti ci muoviamo. L’inconsueto nell’universo di Marina Calamai diventa quasi la norma; e ad aumentare l’effetto straniante, questi suoi lavori (grazie a diffusori nascosti) esalano anche profumi aromatici - che nella loro persistenza solleticano il nostro desiderio - e al loro interno producono rumori di voci tentatrici, di scherno e di richiamo (Che profumino è questo qui? Ti mangio o non ti mangio? MMMM ti mangio!!!!), così come il dolce rinascimentale, quasi ci trovassimo in una macchina del tempo, genera squilli di tromba, suoni conviviali di bevande versate e calici che tintinnano, rumori delle cucine, il ritmo della frusta che monta le uova, il setacciare dello zucchero…
Una considerazione però è d’obbligo per comprendere in maniera più profonda il lavoro di Marina Calamai. Da tempo ormai gli artisti a causa del proliferare delle immagini dei prodotti (alimentari come anche, ad esempio, di abiti) hanno imparato a mettere in pratica strategie di sottile destabilizzazione. Il fatto che oggi alla merce sia sostituita, di fatto, la sua immagine spettacolarizzata (attraverso la pubblicità, i marchi, ecc) non fa che rafforzare quel principio di progressiva accentuazione del carattere magico rituale che il prodotto porta con sé. Sorprende piacevolmente, quindi, che le delizie di Marina Calamai nel loro apparirci imponenti e prive di qualsiasi solennità metafisica conservino un senso di una delicata poesia delle cose che è ormai parte di noi, della nostra esistenza, dei nostri affetti.
(Estratto da un testo di Emma Gravagnuolo)






